Una corsa alle armi, senza fiato.

“Armiamoci”. Dozzine di applausi accolsero graditi quest’esclamazione, posta a sigillo della mia filippica. Mi riassettai convinto e trionfante nella mia soffice poltrona. D’improvviso, sentii la lieve nevrosi dei giorni precedenti, passati a preparare il discorso, rarefarsi allegramente nei felici sorrisi dei colleghi. Un successo! Percosso dall’estasi, presi in mano il bicchiere che mi spettava e, convinto di bagnare le mie gloriose labbra, lo alzai dal tavolo. Era vuoto. Seccato, schioccai le dita verso l’assistente di sala, affinché provvedesse alla sua sciagurata mancanza d’attenzione. Una volta accorso, le sue scuse rimasero serrate e persero l’occasione di uscire allo scoperto. :- Giovane, l’onore di presenziare a quest’assemblea di pace non deve intralciare il tuo lavoro – dissi tuonante – La prossima distrazione non sarà perdonata, chiaro?

Strinsi la cravatta alla mia compostezza, e allontanai qualsiasi epidermica irritazione con un gesto di stizza. Nel mentre, si erano susseguiti altri interventi in aula. Ogni microfono veniva congedato con la stessa roboante espressione: “Armiamoci”. Ad assistervi, sembrava che ognuno fosse allacciato ai pensieri dell’altro da un’invisibile cerniera. Il verbo rimbalzava con naturalezza di bocca in bocca. Finalmente, dopo anni spesi a tirarci la fune, l’accordo unanime sulle armi lasciava presagire un futuro prospero per la nostra democrazia. Sguainato il piano di riarmo nei suoi punti salienti, ognuno avrebbe avuto la possibilità – dal posto – di votare a favore o contro. Si votò. Il verdetto che fu deciso dal Parlamento europeo destò un gran brusio. Dei 705 deputati che componevano l’assemblea, un bastian contrario bocciò il provvedimento. Sui pixel dello schermo, nel diagramma a torta, l’isolamento di quel voto faceva più rumore della calca di gioia che si stappò fin sul soffitto. Sedata la festa, si alzò il Presidente e disse: – L’approvazione verrà annunciata domani mattina. La seduta è sospesa. Le parole amare vennero accolte di buon grado da tutti. Quella sera però, tornai a casa irrisoluto, con la curiosità in gozzo che mi faceva guerra.

L’indomani mattina ci riunimmo in plenaria, per la risoluzione della procedura d’approvazione. Quella mattina nessuno interloquì e, senza perdersi in frivoli chiacchiericci, tutti presero il posto assegnato. :- Egregi colleghi, un attimo d’attenzione. Mio malgrado, prima di rubricare l’approvazione del pacchetto legislativo proposto ieri in assemblea, sono costretto a leggervi questa lettera manoscritta e macchiata di sangue, rinvenuta ieri notte.

Un clima d’apprensione piombò nella sala di giustizia. Di fronte alle nostre pose marmoree, il presidente cominciò a dar voce a quel pezzo di carta straccia.

Cari colleghi,

Cordialmente

dott. Pace

Un lunghissimo monologo che mi seccò le labbra. Mi rivolsi di nuovo al bicchiere per scongiurare la carestia che si profilava in bocca. Era nuovamente vuoto. Pensai: “l’assistente di sala ora me la pagherà cara”.