Lo scorso 15 marzo – in piazza del Popolo a Roma – sul palco allestito in occasione della manifestazione in favore dell’Europa, è intervenuto, insieme ad altri ospiti, Roberto Vecchioni, rinomato cantautore, scrittore e professore italiano. Di seguito, si intende tagliare a fettine il carnoso discorso pronunciato in pubblico, per assaporare il particolare sugo del quale è imbevuto. La prima asserzione che Vecchioni riporta, a riprova dell’esclusivo “privilegio” che abbiamo noi Europei, è la seguente:
Un gruppo di stati che vengono dalle stesse tradizioni. Siamo tutti indoeuropei. Abbiamo avuto una filologia romanza, parliamo allo stesso modo, ci guardiamo allo stesso modo, abbiamo gli stessi proverbi.
Chi furono quest’indoeuropei? Indigeni autoctoni dell’antichissima Europa? Non proprio, facciamo un po’ di chiarezza. William Jones, nel lontano 1786, pose in essere, durante una conferenza tenutasi a Calcutta, una suggestione alquanto interessante: viste le varie affinità e corrispondenze che intercorrono tra il latino, il greco, il sanscrito e il gotico, sarà forse possibile supporre che possano essere discese dal medesimo padre? Spoiler: sì, l’indoeuropeo. In realtà l’albero genealogico dell’indoeuropeo assomiglia molto al baniano, una specie arborea che da sola può dar vita a un’intera foresta. Infatti, all’interno della famiglia dell’indoeuropeo trovano posto:
- 3 grandi sottofamiglie: lingue romanze (o neolatine), lingue germaniche (tedesco, danese, svedese), e le lingue slave (tra cui il russo, absurdum est griderebbe Vecchioni e invece… siamo anche loro fratelli, dispiace prof.);
- 3 piccole sottofamiglie: lingue celtiche, lingue baltiche, lingue zingariche;
- 2 lingue dette isolate: neogreco ed albanese.
Ora, e gli indoeuropei da dove provenirono? Dispiace ammetterlo nuovamente prof. Vecchioni, ma proprio da quella zona che Lei indica come zoppa di cultura: l’Oriente. Questa volta a riportarcelo è la linguistica storica (o glottologia1, che dir si voglia), sulla base di dati linguistici che ci aiutano a ricostruire il quadro ambientale, sociale, culturale degli indoeuropei. Addirittura, Maria Gimbutas (esperta archeologa del ‘900) suggerì, in quella che tutt’ora si considera la teoria più accreditata:
di collegare gli indoeuropei con la cultura detta kurgàn, fiorita a partire dal VI-V millennio a.C e propria di un’ampia area collocata a nord del mar Nero e del mar Caspio: da quest’area (foto in basso), fra V e III millennio a.C e in ondate successive i portatori della cultura kurgàn, identificati con gli indoeuropei, avrebbero raggiunto l’Europa da una parte e l’Asia sud-occidentale dall’altra2.

Perbacco! Coincide perfettamente con l’effettiva area di conflitto russo-ucraino. Piuttosto di manipolare il termine indoeuropeo, giustificando erroneamente la sua presunta natura di antenato illustre della nostra civiltà europea, sarebbe stato più gradito ricorrere alla sua reale definizione, per ricordarci che le radici della cultura terrestre, agli albori, non conoscevano coordinate geografiche. Dalla stazione spaziale internazionale, come ci ricorda Luca Parmitano:
la Terra (di notte) è una grande rete neurale, un grande organismo unito […] mi piacerebbe che le future generazioni, guardando le immagini della Terra riprese dallo spazio, riescano a vedere quello che manca, e quello che manca sono le divisioni, i confini, non ci sono tracciati che dicono questa è Italia, questa è Francia..comprendere che quei limiti non esistono, non si vedono perchè non ci sono..è un riflesso di quei limiti che noi abbiamo dentro, che sono nostri, che abbiamo inventato noi3..
La retorica del noi abbiamo, loro no è disdicevole, errata e distorta. Frasi come certamente è nostra la cultura, loro non sanno cosa sia declamate ai quattro venti, portano acqua a un mulino che non deve esistere. Durante l’epoca fascista, gli intellettuali e letterati italiani (Calvino, Vittorini, Pavese e tanti altri) guardavano alla letteratura americana come a un antidoto di libertà, un deterrente primario contro la censura europea, un simbolo di democrazia e rinnovamento culturale rispetto ai tempi bui in cui eravamo oppressi. Autori come Melville, Whitman, Twain, Hemingway permettevano a Calvino di riaccostarlo alla nostra tradizione con spirito nuovo: e con occhi diversi rileggevamo Giovanni Verga4.
Tutta la letteratura testimonia una costante combinazione di impulsi elettrici, stimoli privi di bandiera che collegano parti del mondo tra loro distanti. Lo stile di un autore italiano come il Boccaccio può ritrovarsi nella forma dei racconti orientali de Le mille e una notte, le meravigliose esplorazioni dell’animo di Dostoevskij (russo) possono trovare eco nella valle esistenziale di Kafka (nato a Praga), il più celebre personaggio di Omero – Ulisse – può essere reinterpretato in un flusso di coscienza moderno da Joyce (irlandese). La cultura non conosce barriere doganali, non s’interessa del passaporto, non è proprietà di qualcuno proprio perché non è un oggetto. Ogni campo del sapere è una tensione perfetta d’influssi.
Socrate, Shakespeare, Marx, Leopardi.. ma gli altri li hanno questi personaggi? (Vecchioni)
La frivolezza di quest’affermazione implicita è disarmante e pericolosa. Alimenta la stessa malsana idea che avevano i greci di coloro che consideravano barbari (balbuzienti), ovvero di chiunque non parlasse il greco, di quei popoli dai quali mantenere le distanze. Ideali che s’incarnavano allora in espressioni fobiche, divisive e infine innaturali. Perchè, chi sono gli altri se non i nostri stessi fratelli?
- Disciplina che studia l’evoluzione storica di una o più lingue. ↩︎
- Franco Fanciullo, Introduzione alla linguistica storica, Il Mulino, Bologna, 2013, pp. 297, p. 224. ↩︎
- Progetto Happiness, Vorrei andare sulla Luna / La felicità per Luca Parmitano (fonte: Youtube) ↩︎
- Italo Calvino, Una pietra sopra, Discorsi di letteratura e società, Mondadori, Milano, 2023, pp. 456, p. 109. ↩︎
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