Controllo scolastico: i rischi dell’emendamento Latini

Nel dibattito politico è riuscita a ottenere i contorni di una proposta di legge un incosciente deragliamento legislativo, l’ennesimo. Al di là degli slogan e delle prese di posizione, l’emendamento Latini al ddl Valditara non è solo una proposta sul cosa insegnare, ma un’operazione che rischia di innescare un vero e proprio ribaltamento del potere all’interno del sistema scolastico italiano.

L’articolo non vuole entrare nel merito politico della scelta: nei pressi di un’infante, il giudizio è meglio tenerlo distante. Si pone, invece, di svelare tre verità nascoste emerse dall’analisi giurisdizionale della proposta in materia d’istruzione scolastica: tre implicazioni strutturali che toccano l’architettura stessa della nostra scuola e che è fondamentale comprendere per capire cosa c’è realmente in gioco.

1. La Prima Verità: Non è solo educazione sessuale, è una questione di chi controlla la scuola.

Il nucleo del problema non risiede tanto nel contenuto delle lezioni, quanto in un attacco diretto a due pilastri costituzionali della scuola italiana: l’autonomia scolastica e la libertà d’insegnamento. Leggiamoli più a fondo.

Da un lato, l’autonomia, garantita dal DPR 275/1999 e dall’art. 117 della Costituzione, stabilisce che lo Stato fissa le “norme generali”, ma non “ogni dettaglio operativo”. È come se lo Stato indicasse la destinazione del viaggio (gli obiettivi educativi), ma lasciasse alla scuola e ai suoi “autisti”— i docenti — la libertà di scegliere il percorso migliore per arrivarci. L’emendamento, imponendo divieti e procedure rigide, non si limita a fissare una meta, ma impone un’unica strada, riducendo drasticamente il margine di discrezionalità delle scuole.

D’altra parte, la libertà d’insegnamento, questa volta tutelata dall’art. 33 della Costituzione, garantisce ai docenti la facoltà di scegliere metodi e contenuti. L’emendamento rischia di trasformare le scelte pedagogiche, che dovrebbero essere professionali e autonome, in atti subordinati al consenso esterno dei singoli genitori. La questione, quindi, colpisce al cuore l’identità della scuola: si tratta di una battaglia per la sua anima. Deve essere una comunità educativa autonoma, capace di adattarsi al contesto, o un mero fornitore di servizi soggetto all’approvazione individuale del “cliente”? Questo conflitto di potere si manifesta in una maniera molto pratica, a partire dalla sorprendente mossa di scavalcare uno strumento di trasparenza scolastica che già esiste. Nihil sub sole novi: sia mai una proposta di legge sulla scuola contemplasse la vigente normativa.

2. La Seconda Verità: Il “consenso informato” scavalca un sistema di trasparenza che già esiste.

Qui siamo alla barzelletta. Il testo proposto esordisce così, con il migliore degli autogol.

Questa brodaglia mina un sistema di governo collegiale pensato proprio per la trasparenza e la partecipazione: ogni istituto, infatti, ha già la sua “carta d’identità” pubblica, chiamato PTOF (Piano Triennale dell’Offerta Formativa). È il contratto educativo con le famiglie, un documento ufficiale in cui la scuola dichiara la propria missione, esplicitando tutti i progetti e le attività, inclusi obiettivi e contenuti. Questo piano è approvato dagli organi collegiali, dove siedono anche i rappresentanti dei genitori. Ergo: basterebbe leggere il PTOF e le offerte inserite per capire se l’Istituto di riferimento faccia o meno al caso del proprio figlio.

Perciò, l’emendamento introduce un ulteriore obbligo di consenso scritto per ogni studente minorenne, anche per attività già previste e comunicate nel PTOF. Questa richiesta non è solo ridondante, ma introduce un vincolo individuale e preventivo che svuota di significato gli organi collegiali: un’attività approvata collettivamente può essere bloccata dal veto di un singolo genitore. Nel nome della trasparenza, si rischia di paralizzare proprio lo strumento principe della partecipazione democratica della scuola. Se non fosse abbastanza, i problemi dell’emendamento vanno oltre la ridondanza burocratica: la natura stessa del suo divieto solleva seri dubbi di costituzionalità.

3. La Terza Verità: Un divieto “assoluto” può essere dichiarato incostituzionale

Una delle critiche giuridiche più potenti all’emendamento non riguarda solo cosa vieta, ma come lo fa. Qui entra a gamba tesa un concetto cardine del diritto: il principio di proporzionalità.

Questo principio serve a impedire al legislatore di usare un martello pneumatico per rompere una nocciolina. Anche se l’obiettivo di una legge è legittimo (per inciso: in questo caso si dovrebbe davvero tutelare il proprio figlio da tematiche ormai riconosciute e meritevoli di approfondimento, come la cultura gender? Per piacere…), lo strumento usato per raggiungerlo non deve essere eccessivo. Secondo i critici, il divieto assoluto di attività didattiche sui temi della sessualità nella scuola secondaria di I grado è esattamente questo: uno strumento sproporzionato.

A rendere il divieto ancora più problematico è il fatto che non fa distinzioni tra diversi livelli di contenuto. Mette sullo stesso piano una lezione sull’empatia e le relazioni (educazione affettiva) e una sulla sessualità o l’identità di genere. Un divieto così ampio e indifferenziato, che annulla ogni autonomia di valutazione da parte delle scuole, è un esempio da manuale di misura eccessiva. La conseguenza è netta: gli strumenti legislativi considerati eccessivi rispetto al fine dichiarato possono essere dichiarati incostituzionali. Non è un cavillo tecnico, ma il segnale che la legge stessa potrebbe essere in contrasto con i principi di una democrazia pluralista, che guarda con estremo sospetto ai divieti assoluti.

Conclusione.

La discussione sull’emendamento Latini, come abbiamo visto, è molto più di un “sì” o “no” all’educazione sessuale. È un triplice fischio all’architettura consolidata della scuola italiana: all’autonomia delle istituzioni, alla collegialità delle decisioni e all’equilibrio costituzionale. È un crocevia in cui si scontrano il diritto dei genitori, l’autonomia scolastica e la libertà professionale dei docenti. La vera posta in gioco non è solo implementare un’ora di lezione, ma progettare un modello di scuola che prevenga la prevaricazione: un argomento – a oggi – impossibile da coniugare, se chi la guida non varca mai la soglia delle aule.