Tutto ciò che si vede, non sa più di nulla.

Buyron (legge un libro): Giro costantemente con il presentimento ingombrante di una minaccia. Vuoi per istinto animale a causa di una connessione congenita dell’essere umano al regno dei mammiferi, vuoi per un retaggio invalso negli ultimi decenni che mi costringe a pensare di essere il primogenito di una giungla incontrollata.

Perchè? Ultimamente ho preso familiarità con questo interrogativo. Credo sia l’unico che possa predisporre un’attitudine particolare: quella di scimmiottare tentativi di risposte che piuttosto di risolvermi la faccenda me la riducono in galassie minuscole, dalle quali – invano – cerco il buco nero d’uscita. Eppure, i viadotti che mi permette di percorrere sono infiniti: da un albero dei perchè si esce sempre con la fatica addosso di una foresta buia lasciata alle spalle.

————— Buyron voltò appena la pagina, senza alzare lo sguardo ————–

Kai:- Proverbio cinese?

Buyron:- Lasciami leggere in santa pace oggi, te lo chiedo per favore.

Kai:- Condividi anche tu ciò che hai appena letto?

Buyron:- Dubito che si possa pensare il contrario.

————- *Annuncio autobus* Dissolutezza, fermata dissolutezza ———–

Buyron:- Siamo quasi al capolinea, ai titoli di coda di questa tratta.

Kai:- Come sei melodrammatico! Piuttosto, tu per caso conosci quella ragazza bionda salita poco fa?

Buyron:- Il solito indisponente! Vedi di far poco rumore se non vuoi mandare in fumo il tuo ardore primaverile prima del previsto.

Kai:- Ma non vedi che ha le cuffie indosso? Chissà quale pensieri starà cercando di spargere nella musica di qualche canzone. Le sue smorfie sembrano quasi cristalline: anche tu ci leggi la difficoltà evidente che prova mentre sta cercando di sopprimere il volume del suo cicaleccio interiore?

Buyron:- Forse ti stai proiettando così tanto su di lei da vederne il riflesso di te stesso.

Kai:- Non posso negarlo… ma sai, a dire il vero… vorrei sapere il suo nome.

Buyron:- Fatti avanti con garbo e prova a strapparle qualcosa in più, sia mai dovesse sbocciare qualcosa…quantomeno potrò finire la lettura senza le tue fastidiose interruzioni!

Kai:- Aspetta, aspetta. Ho un piano. Prima lascio che si alzi il signore alle sue spalle; successivamente, quando lascerà il posto libero lo andrò a occupare io e – con cautela – cercherò di selezionare la domanda migliore che possa farle, così per sbloccare la conversazione.

Buyron:- Ottima idea, ma ricorda: a piccoli passi si annullano i mille imbarazzi!

Kai:- Grazie del consiglio! Vado.

(La ragazza si accascia esanime sul pavimento)

———————– Un’ora dopo, Kai viene intervistato alla tv —————

Inviato televisivo: Buonasera, siamo qui in diretta da Charlotte dove il caso di Yrina Zarutska continua a mantenere alto lo scalpore mediatico. In queste ore gli inquirenti stanno cercando di chiarire alcuni punti chiave, mentre si respira un’aria affranta e desolata nell’atmosfera cittadina. Affianco a me il testimone oculare della vicenda: è successo tutto in un’istante, vero?

Kai: …come tutto oramai. Ogni cosa si dissolve, all’istante. Non ho nulla da riportarvi di utile; mi rimane in bocca la miccia spenta di una storia d’amore, delle parole preparate con cura per una destinataria che non c’è più. Anzi, ho il dubbio che non ci sia mai stata. A guardar bene le reazioni intorpidite dei presenti (me compreso), è lecito pensare che quella ragazza non sia mai esistita. Forse la realtà sta diventando la riproduzione di un contenuto già scorso sul nostro telefono, che per quanto assurda possa essere è già schedata nel catalogo della nostra memoria. E’ per questo che nulla ci sorprende più. Ma di cosa siamo padroni? Di un catalogo dal peso di 0 kilobyte: ogni episodio che ascoltiamo o guardiamo nell’arco della giornata è indicizzato come un file vuoto, privo di dati al suo interno. Fagocitiamo sequenze di video in serie che, partendo da una ricetta di torta al cioccolato, approdano all’infamia di Gaza (dove ogni giorno si consuma il genocidio del popolo palestinese), per poi deviare — non senza qualche coreografia improvvisata da una ragazza — verso i bicipiti vascolari di un tipo che solleva ghisa dall’alba al tramonto. Un frullatore digitale che non risparmia alcun argomento e lo tagliuzza fino a farne scomparire il sapore: e la velocità con cui trita anche a noi è allucinante. Infondo, capita sempre più spesso di dire “sì, ho visto” piuttosto che “sì, ho saputo”. Lo domando a te, intervistatore: è morta Yrina Zarutska, lo sai?

Inviato televisivo: (preso in contropiede) Sì, ho…vist…sì, ho sentito.

Kai: (con un sorriso amaro) Ah, quindi… non sai nulla.

Silenzio. L’occhio della camera si sposta di scatto e cattura in primo piano la reazione spaesata dell’inviato. La linea s’interrompe. Il servizio si chiude. Nessuno sa perchè da casa, e tutti cominciano a interrogarsi sulla scomparsa del segnale, non sulla morte di Yrina: d’altronde, di quella notizia si è visto e sentito così tanto che oramai non sa più di niente.