Abituatevi per un istante

“Abituatevi per un istante a pensare che i guai possano essere una condizione essenziale per esistere”.

Un monito di vita che mi portavo tra i pensieri come l’ombra di ogni perché. Sul finire di un giorno qualunque, rimasi in ascolto di un antico viandante, distinto dalla polverosa superficie del tempo con l’appellativo il Padre dei Subbugli. Non che a quel tempo sapessi nulla della saggezza delle sue parole. Era ai miei occhi un volto sconosciuto. Eppure qualcosa mi tratteneva dall’andarmene via. Sentivo spirare un soffio di vento, di quelli che vengono incontro quando una grotta respira con affanno, dalla sua bocca screpolata di roccia. Il volto di quell’anziano sembrava un arazzo stinto, scolorito dai trascorsi di un tempo che non germogliava più promesse. La sua voce era sommessa e interrotta da lunghi respiri. Di ciò non mi stupii: si vociferava in città che era un suo modo del tutto particolare di articolare ogni discorso. Non era tanto il peso delle parole a colpire, quanto il modo in cui il silenzio le dissipava nell’aria; e più sembravano svanire, più acquistavano valore nella ripetizione delle loro frequenze nel sismografo di ogni persona.

«Caro Astolfo, in principio qui sulla Luna fu un guaio» disse a un certo punto, rivolgendosi a chi poi scoprì essere il primo vero esploratore terrestre. Non durò tanto il silenzio che ne seguì. Astolfo, infatti, cercò di scacciare con le sue mani la fitta nebbia di mistero che segretava quelle parole con voce chiara e tuonante: «Quest’affermazione non ha senso di esistere; il guaio è sempre un esito, non può essere un’origine!». E nel pronunciare ciò, assunse una postura intimidatoria; con l’indice alzato e il pugno chiuso, però, l’unica certezza visibile fu il tremolio vibrante che promanava dal suo gesto. Talmente evidente da perdere la potenza energica di un tuono e assumere quella di un rigagnolo d’acqua lucente, di quelli che si formano dopo una notte carica di pioggia. Se ne accorse di questa velata fragilità il Padre dei Subbugli, che ruppe il suo distintivo silenzio come se avesse trovato nutrimento in quell’avvedutezza acerba, tipicamente giovanile d’altronde.  

«Conosco il tuo mandato» la profondità del tono di voce fece sprofondare ogni certezza di Astolfo in una voragine accogliente «pensavi di trovare in questa superficie pallida il senno di tuo cugino Orlando!». La gravità dello stupore smorzò la tensione del cavaliere. La sua mano cadde leggera senza opporre resistenza, un fiore di garofano che appassisce lentamente. La gelida temperatura lunare fu avvertita maggiormente dagli interstizi della sua armatura. «Credete voi terrestri di trovare qui il motivo delle vostre maree e che la nostra orbita prosegua con la vostra in un continuo scambio di risposte celesti» il filo di voce del viandante ricamava in aria una pergamena invisibile intessuta di segreti srotolati con maestria. I miei occhi fissarono il Padre dei Subbugli, quasi a volerne intercettare anche i movimenti più impercettibili. Improvvisamente però, quando mi accorsi che il suo aspetto era davvero di un uomo senza tempo, sentì allora quella frase che cambiò per sempre la mia maniera di esistere sulla Luna. «Abituatevi per un istante Messere, a pensare» soggiunse, lasciando la pausa necessaria per la rivelazione dell’ordine che regolava la nostra vita «che i guai possano essere una condizione essenziale per esistere». Ora dovrei descrivervi lo smarrimento di Astolfo, il suo contrarsi incespicato, la sua impassibile incredulità piombata all’improvviso. Bensì mentirei. Quelle parole inghiottirono la scena che ebbi davanti e rischiararono di luce le quinte della mia quotidianità, la ragione che ordinava da più di venti anni il mio disastro vitale. Era vero. Ognuno viveva in costante relazione con i propri casini. Se c’è una cosa che tuttora mi consola è proprio questa improbabile casistica di eventi che non posso in alcun modo controllare. Qualunque problema è sempre stato per noi un contenitore di possibilità, ci ha sempre permesso di mutare la rotta in un mare in tempesta. Ora che ci penso, credo di aver imparato il concetto di libertà solo quando si spezzò il filo del mio primo aquilone e lo vidi librarsi in cielo, solitario, nel suo libero corso a trovar nascondiglio dietro le nuvole. Siamo cresciuti senza aspettarci nulla di ciò che desideravamo. Tutto sarebbe avvenuto nel modo più inaspettato. Abbiamo sempre vissuto per gli imprevisti. A proposito, rimango ancora in attesa di una sua chiamata. Il suo sapore mi è rimasto nei ricordi e, se cerca di scampare a ogni pericolo di oblio, è perchè crede sia solo così che possa rimanere aggrappato a me, alla mia memoria, a questa distanza che non si deve colmare. Tu sulla Terra non potrai mai capire questa mia disciplina. Se non rispondo al suo appello, è per far sì che questa mancanza che sente bruciare l’accompagni come un pigolio. Non avrebbe nulla da dirmi, se non continuasse a dialogare con sè stessa in questo nostro equivoco silenzioso. Fermo nella mia miopia, la speranza di confondere la sua immagine nel fuorifuoco di ogni sguardo, credo sia l’unica costante d’amore che possa rimanere viva.