Piazzale Michelangelo


Firenze, da quassù sei un sollievo.
Una foresta irta di muri intonacati
ricoperta da una landa di fogliame
rossastro. Timidi comignoli escono
dal suolo di tegole e sbuffano il vapore
che si direbbe essere l’origine delle nuvole,
non il tuo respiro d’inverno.
Al lento annerirsi d’ogni cosa
la città rilascia una nervatura
luminosa di lampioni. Un fascino
di contrasti congestiona i rumori,
sterminati dialoghi svaniscono
in un reticolo di pantomime rilassate.
Coi gomiti appoggiati sul tramonto,
basta un poco di fiato
per annullare la gravità delle cose. Ogni
increspatura quotidiana si cancella
nel silenzio di persiane sulla cui venatura
il legno sottace un sentore mediceo,
resistito alle piene della natura.
La luna è un’orecchia di pagina
arrotondata, una segnatura
lontana lasciata interrotta
da chissà quale passante.
Scoverchia la fuliggine del mito
ogni pertugio segreto. Un filo di voce
vuole staccarsi in terzina dantesca,
a sobillare tanta gloria passata
su questa valle ricca di mirabili
accenni d’intuizione umana.
Un suggello labile d’incanto
riede da quel tempo andato
quando gli esiliati qui piansero
l’ultimo guado delle loro mura.
Tutto ora è frastuono; un affollamento
di accenti disperde la foschia della storia,
e ognuno si allontana con la sua verità
fissata per un istante e poi perduta
in quel convulso terremoto che è la vita.