
La foglia di uno spasimo d’amore
si coricò nella cauta delicatezza
di un canottiere in Arno,
e lì posò i suoi ricordi felici,
di trascorsi mai del tutto vissuti.
Protagonista nel suo fiume,
la sua ombra sfilò tanto sottile
da ricordare la premura tempestiva
di una nuvola notturna, accorsa
a riassettare il chiarore lunare.
Ciò al di sotto di un ponte,
gremito di fuggevoli sguardi,
epiloghi di sere d’estate,
propositi di futuro ridacchiati
qua e là, di poco conto.
In disparte la finzione
di un amore poco destinato,
rumori di gelosia, acuti di tristezza,
suoni di apparente mitezza sfumati
in scambi di tenere occhiate.
Ognuno di loro con l’arditezza
di seguire folli canovacci,
rintoccati da sospesi affanni,
tipici per chi è avvezzo a
naufragare nello spartito di altri.
Rubai l’immagine alla realtà,
l’atmosfera risuonò in me
e gracile fu allora ogni pensiero.
Un sussulto disturbò i miei occhi:
il pagaiare solitario di quell’uomo
consigliava di ricamare
più vite idealizzate possibili
per realizzarne una vera.
Cadde l’imbrunire sovra quel candore.
Un tacito accordo univa l’Arno al cielo,
il canottiere un conforto esistenziale,
soffuso nell’aria, un mormorio
di risacca che allieta ogni dubbio.
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